Titus è un nome antico e sobrio, che porta l'eco della Repubblica Romana: infatti, fu uno dei praenomina più comuni tra i cittadini latini, tanto che spesso veniva abbreviato semplicemente come 'T.' nelle iscrizioni. La sua etimologia rimane incerta, probabilmente di origine sabina, ed è tradizionalmente collegata a titulus, il 'titolo d'onore', o all'idea di protezione e difesa.
La fortuna cristiana del nome è legata a San Tito, un greco di Antiochia convertito da San Paolo, che definì 'mio vero figlio nella fede comune'. Divenne il primo vescovo di Creta e viene ricordato, insieme a Timoteo, il 26 gennaio. Nella storia, il nome brilla anche grazie all'imperatore Tito, celebrato dagli antichi come 'amore e delizia dell'umanità', e allo storico Tito Livio.
Oggi in Italia, Titus è un nome raro e un po' retrò, che evoca il lirismo e l'eleganza di tempi passati (basti pensare ai grandi tenori Tito Schipa e Tito Gobbi). Chi lo porta gode di un'aura discreta, colta e affidabile, mai stridente.
Tito è un uomo intrappolato nella bella e paralizzante sospensione tra la corona e il vuoto. Il suo nome, legato etimologicamente al peso di un titolo ma definito dal tremore dell'incertezza, ne fa un Amleto moderno senza regno. È l'artista che dipinge il capolavoro ma si rifiuta di firmarlo, terrorizzato che l'etichetta confini la fluidità della sua anima. Il suo tratto dominante è un'esitazione magnetica; si mantiene sulla soglia di ogni decisione, non per codardia, ma per una profonda riverenza verso la possibilità. Incarna l'archetipo del Saggio Viandante, cercando l'onore non nei elogi, ma nell'autenticità del percorso non scelto. Come potrebbe sussurrare Raskolnikov di Dostoevskij, "sono una creatura che può strisciare sotto qualsiasi cosa"; Tito naviga le aspettative sociali con la grazia di un camaleonte, sempre leggermente distaccato, osservando sempre il divario tra chi è e chi il mondo esige che sia. È onorevole proprio perché ammette di essere insicuro.
Ritratto giocoso, da prendere con il sorriso.
Nel romanticismo, Tito non conquista; invade attraverso la vulnerabilità. Non si lascia sedurre da ciò che è rumoroso o certo, ma dalla donna che custodisce le proprie incertezze come gioielli. Desidera una partner che sia un enigma pari al suo, qualcuno che capisca che l'amore non è una destinazione fissa, ma una negoziazione continua e tremante degli esseri. Il suo approccio è sensuale ma cerebrale; ama con l'intensità di un punto interrogativo. Si sente attratto dalla frizione intellettuale e dai momenti silenziosi di silenzio condiviso dove le parole falliscono. Cosa lo annoia? La prevedibilità. Non sopporta la sceneggiatura rigida del corteggiamento tradizionale. Per Tito, la passione si trova nell'esitazione prima del bacio, nell'accordo tacito di esplorare l'ignoto insieme. Offre devozione, ma è una devozione fluida, che richiede fiducia nel caos. Ama profondamente, ma ama meglio quando il futuro viene lasciato bellamente e pericolosamente in bianco.
È un praenomen latino antico, probabilmente di origine sabina, molto comune nell'antica Roma.
Il significato è incerto: è associato a titulus, 'titolo d'onore', quindi 'onorabile', o all'idea di 'difensore'.
Il 26 gennaio, insieme a San Timoteo: entrambi discepoli e collaboratori di San Paolo.
Un greco convertito da San Paolo, primo vescovo di Creta e destinatario di una lettera nel Nuovo Testamento.
In Italia è raro e ha un tono classico e raffinato; era più comune nella prima metà del XX secolo.